Al momento stai visualizzando PACCHI AL CHILO, IL NUOVO GIOCO D’AZZARDO

PACCHI AL CHILO, IL NUOVO GIOCO D’AZZARDO

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:IUS101
  • Commenti dell'articolo:0 commenti

C’è qualcosa di irresistibilmente affascinante nell’ignoto, nella possibilità di scoprire un tesoro nascosto. King Colis sta facendo parlare di sé per un’idea di business tanto ingegnosa quanto controversa: la vendita di pacchi smarriti. La promessa? Offrire ai clienti la possibilità di ricevere scatole contenenti prodotti di vario tipo, teoricamente provenienti da spedizioni perse da giganti dell’e-commerce come Amazon. Il problema? La realtà dei fatti sembra ben diversa dalle aspettative create dalle immagini accattivanti usate per promuovere il servizio. Molti clienti, attratti dall’idea di fare un affare o di provare il brivido della sorpresa, si sono ritrovati con pacchi contenenti oggetti di scarso valore, spesso inutili o del tutto diversi da quelli mostrati nelle pubblicità. La pratica di King Colis si basa su un concetto che sfiora il gioco d’azzardo: il consumatore paga per l’emozione dell’ignoto, nella speranza di ricevere qualcosa di valore, ma senza alcuna garanzia sul contenuto. Amazon ha dichiarato di non avere alcun collegamento con l’azienda e molti acquirenti si sono sentiti truffati dalla mancanza di trasparenza e dalla politica di non accettare resi. Immagina di pagare per l’emozione di aprire una scatola, senza sapere cosa troverai. La dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, inizia a farsi sentire già al momento dell’acquisto, alimentando l’aspettativa. È lo stesso meccanismo che ci spinge a giocare d’azzardo o ad aprire loot box nei videogiochi: la possibilità, anche remota, di ottenere qualcosa di valore ci fa sentire fortunati, anche quando la realtà è ben diversa.

King Colis ha trasformato lo shopping in un gioco d’azzardo, dove la probabilità di vincere è bassa, ma l’emozione è alta. Molti clienti si sono ritrovati con pacchi pieni di oggetti inutili, lontani dalle promesse delle pubblicità. Ma la delusione non scoraggia tutti: alcuni tornano a comprare, sperando di rifarsi, alimentando un circolo vizioso che fa bene solo all’azienda. Il  caso di King Colis è solo la punta dell’iceberg di un problema più grande: l’iper consumismo. Viviamo in una società che ci spinge costantemente a comprare, a possedere, a mostrare. I social media ci bombardano di immagini di prodotti desiderabili, creando un senso di insoddisfazione permanente. Vogliamo sempre di più, illudendoci che gli oggetti possano riempire un vuoto interiore. Ma la verità è che ogni acquisto ci dà solo una soddisfazione temporanea. La felicità che proviamo all’inizio svanisce presto, lasciando spazio a un nuovo desiderio. E così, continuiamo a comprare, a riempire le nostre case di oggetti che spesso finiscono per diventare rifiuti. L’iper Consumismo ha un impatto devastante sul nostro pianeta. La produzione di beni richiede l’utilizzo di risorse naturali, spesso in modo insostenibile. I rifiuti che produciamo inquinano l’ambiente e contribuiscono al cambiamento climatico. Ma le conseguenze non sono solo ambientali: l’iper consumismo ha anche un impatto sulla nostra salute mentale. La costante ricerca di oggetti materiali può portare a stress, ansia e depressione. Ci sentiamo sopraffatti dalle cose che possediamo, ma non riusciamo a liberarcene. Ci sentiamo intrappolati in un ciclo di consumo compulsivo, senza via d’uscita.

Ne abbiamo parlato con Killian Denis, co-founder dell’azienda.

Molti clienti si sentono ingannati dalle aspettative create dalla vostra pubblicità rispetto alla realtà dei pacchi che ricevono. Come rispondete a queste critiche?
«Prima di tutto, non promettiamo nulla se non un’esperienza di shopping divertente, unica e l’emozione dell’ignoto. Ma sappiamo per certo che nei pacchi smarriti si trovano prodotti molto validi, perché spesso i clienti tornano da noi per mostrarci cosa hanno trovato, ed è per questo che abbiamo così tante foto di belle scoperte. Pubblichiamo queste immagini come prova che è possibile trovare dei “tesori”, ma questo non è una garanzia per tutti. È normale che alcune persone possano sentirsi deluse da ciò che scartano. Fa parte del concetto. Ognuno ha gusti e necessità diverse. Inoltre, la fortuna gioca un ruolo. La scorsa settimana, ad Anversa, una donna ha trovato tre paia di Nike Air Jordan nuove nello stesso pacco, mentre suo marito ha trovato un pezzo di macchinario non identificato! Si sono fatti una bella risata. Inoltre, è importante sottolineare che è sempre possibile rivendere i prodotti che non si gradiscono o di cui non si ha bisogno, oppure regalarli a qualcuno che potrebbe apprezzarli»

Amazon ha dichiarato di non avere alcun legame con King Colis. Da dove provengono realmente i pacchi che vendete e come garantite la loro autenticità?
 «Amazon è molto severa riguardo all’uso del suo nome e della sua immagine. Per questo motivo, non vendiamo i loro prodotti con l’imballaggio originale “Amazon” e abbiamo deciso di rinominare i nostri “Pacchi Amazon” in “Pacchi Premium”. (Anche perché di recente abbiamo iniziato ad acquistare alcuni pacchi da altri grandi nomi dell’e-commerce come Rakuten o C-discount). Il motivo per cui Amazon dichiara di non avere alcun legame con King Colis è che non acquistiamo direttamente da loro, ma dai loro rivenditori ufficiali. Tuttavia, possiamo garantire al 100% che tutti i prodotti contenuti nei nostri pacchi misteriosi sono articoli elencati o “referenziati” sul sito di Amazon (o dei suoi principali concorrenti). Chiunque può verificarlo facilmente scansionando un prodotto con un’app come Google Lens: apparirà un link che rimanda al sito di Amazon, Rakuten, C-discount, ecc »

Il vostro modello di business è stato paragonato al gioco d’azzardo, poiché sfrutta il meccanismo delle ricompense casuali per incoraggiare gli acquisti. Come giustificate questa strategia?
 «Ricevo spesso questa domanda. Ma non credo si tratti di gioco d’azzardo. È comunque commercio al dettaglio, solo con un pizzico di mistero e sorpresa. In realtà, non siamo gli unici né i primi a farlo: marchi come “LOL” o MINISO lo fanno regolarmente con i loro giocattoli a sorpresa. Ciò che rende unico King Colis è il prezzo “al chilo”, che consente ai clienti di fare affari molto vantaggiosi. Alla fine, vendiamo semplicemente prodotti e, qualunque cosa si trovi all’interno del pacco, non si rimane a mani vuote come accade in un casinò. L’idea alla base di King Colis era creare un’esperienza di shopping unica, ma anche dare una seconda vita ai prodotti smarriti. Avremmo potuto aprire ogni pacco e rivendere i prodotti in modo tradizionale, ma non è il nostro modo di pensare. Ci piacciono le cose divertenti. È anche per questo che non vogliamo aprire negozi permanenti, ma preferiamo tornare una volta all’anno per qualche giorno in ogni città. Vogliamo che sia un’esperienza rara ed emozionante, come quando il “circo” arriva in città»

La vostra politica di non accettare resi è una delle principali critiche da parte dei clienti. Prevedete di modificarla per offrire maggiore trasparenza e fiducia?
«Purtroppo, la politica di non accettare resi è per noi fondamentale, perché non sappiamo cosa contengano i pacchi smarriti. L’unica cosa che possiamo garantire è che non contengono nulla di illegale (perché tutti i pacchi vengono controllati dalla dogana prima di entrare nell’UE). Capisco la critica, ma siamo molto trasparenti: prima di entrare nei nostri pop-up store, i visitatori devono scansionare un QR code e accettare i nostri termini e condizioni generali (di cui la politica di non reso fa parte). Come si può vedere, siamo molto chiari e nessuno è obbligato a partecipare!»

L’iper-consumismo è un problema crescente con impatti significativi sull’ambiente e sulla salute mentale. In che modo King Colis si inserisce in questo contesto? Vi sentite responsabili nel promuovere un consumo consapevole?
«Onestamente, siamo orgogliosi di ciò che facciamo. Ovviamente è un business, ma ogni mese “salviamo” tonnellate di prodotti ancora validi dalla distruzione, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale degli sprechi e promuovendo l’economia circolare. Inoltre, i nostri pop-up store sono realizzati al 100% con materiali riciclati e, dopo ogni vendita, doniamo tutti i prodotti invenduti a enti di beneficenza in Senegal e Mali. Il nostro concetto è divertente, sì, ma l’economia circolare per noi è una cosa seria. La prendiamo molto sul serio. Fa parte del nostro DNA»

Elisa Garfagna
giornalista

Lascia un commento